CHECK-POINT

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15
ott

CHECK-POINT

di Ninni Albanese

Palermo, 12 Ottobre 2016 – Se la migrazione è spostamento, il check-point è il punto di controllo, lo è nella biologia ed altrettanto nella realtà. Migrare significa muoversi da un luogo all’altro, fuggire da sé stessi ed insieme dalla società, riflettere a posteriori sul proprio vissuto.

Nel kafkiano scenario dell’Église di Via dei Credenzieri, si accavallano i cinque progetti di Iolanda Carollo, Giuseppe Calafiore, Francesco Lo Presti, Alberto Gandolfo e Giuseppe Tornetta.

Per Giuseppe Tornetta migrare significa trasferire ciò che vede, o meglio ciò che non vede. È affetto da afachia (mancanza del cristallino) a causa di un intervento. Migrazione è mostrare il suo mondo tramite il prodigioso obiettivo fotografico.

Gli scatti di Giuseppe Tornetta esposti a Église

Gli scatti di Giuseppe Tornetta esposti a Église

Per ammetterci alla sua realtà ci immerge nei suoi affetti familiari con i ritratti delle rugose mani del nonno e di un ordinario pomeriggio con la figlia. Ci catapulta poi in questo disordinato cosmo tramite l’immagine di un caotico scenario del centro città.

L’angolazione con cui il signor Natale affronta il mondo è il soggetto delle migrazioni di Giuseppe Calafiore. La mano tesa a chiedere e lo sguardo di sdegno dei passanti contrapposti alla fierezza di una ordinaria e composta elemosina.

Il progetto di Giuseppe Calafiore - Église

Il progetto di Giuseppe Calafiore – Église

È insieme con il layout della messa in mostra che il messaggio viene reso inequivocabile: le fotografie sono senza cornice, disposte in maniera asimmetrica a voler dare il senso di questo mare di squilibrio e sono poggiate su un cartone, quasi a voler lasciar riposare Natale nel suo personale rifugio, senza intaccarne la programmazione giornaliera.

 

Alberto Gandolfo gioca sul contrasto del bianco e del nero. Gli otto ritratti portati in mostra sono parte di un progetto più ampio che contempla in totale trentadue portraits, di cui sedici volti palermitani e sedici volti migranti.

È un allestimento di denuncia e di affermazione di un’identità condivisa nel nome della città, della coesistenza, e della cura per la diversità. In un oggi in cui si fa corrispondere allo sbarco un inasprimento del concetto dell’altro, sempre più lontano da un noi che acquista violenza strutturale, Alberto intende affrontare la migrazione come essenza dello scambio tra le culture.

I suoi volti sono delicatamente impastati di un segno colorato, è l’anima dell’incontro che ne mette in luce l’interdipendenza. È la prova visibile che siamo completi soltanto appartenendo, nel nostro tratto più delicato, anche a qualcun altro.

È archeologica e letteraria la migrazione di Iolanda Carollo. Mediante un complesso sistema di citazioni letterarie, sovrapposizioni cartografiche e potenti fotografie si veicola l’attenzione dell’osservatore sulla molteplicità dei temi investiti dal migrare. È politica, cultura ed insieme commercio; un miscuglio di necessità appartenenti ai passi della storia e imprescindibilmente legate alla natura umana.

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L’esperienza professionale e l’abilità fotografica e multimediale fanno del lavoro di Francesco Lo Presti un’opera d’arte in cui forma e contenuto hanno pari dignità.

Migrazione allude qui ad un’ottica più ristretta, spesso familiare, assumendo il significato di una scissione in parti dovuta ad un abuso sessuale subito in età giovanile. È un racconto senza filtri, una  fiaba sinistra.

Nelle sei fotografie ed i tre video si intersecano i ritratti di un manichino e di un bambino. Il confine tra i due è molto labile, i loro ruoli sono interscambiabili. Emblema dell’anestesia dei sentimenti è il corpo senza vita, origine di scissione e concentrato di difese è il bambino, vibrante.

 

“Il check-point è un punto di controllo in cui le cellule verificano di aver completato una fase del loro ciclo prima di passare a quella successiva”, la migrazione è qui affermazione, organo di controllo e riavvio programmato della formazione dell’essere umano.

 

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