Benvenuti nella periferia-mondo

La rivoluzione, spesso, parte dagli occhi. C’è bisogno solo di un po’ di coraggio, il coraggio bastante a girare su se stessi, e invertire lo sguardo. È allora che si assapora una strana libertà: osservare il proprio pezzetto di mondo con occhi da straniero.

Dov’è – allora – il centro? Dove la periferia? Chi è a reggere il futuro del mondo, chi resta nel fortilizio che è divenuto il cosiddetto “Occidente” o chi rappresenta, oggi, il mondo in cammino?

Il centro, oggi, è divenuto un concetto vago, indistinto. Perché vago e indistinto è divenuto il luogo delle decisioni e dei poteri.

Se lo sguardo parte invece da oriente e da sud, da altre coste, il centro non è solo un luogo lontano. E’ anzitutto un luogo distante. Dalla vita, dalle vite, dai destini. E dalla Storia. Ed è proprio in questo istante, quando si inverte la prospettiva tra chi osserva (e giudica) e chi viene osservato, che si comprendela nostra assoluta fragilità.La nostra colpevole irresponsabilità.

Benvenuti dunque nella periferia-mondo, là dove si sta elaborando il futuro.

E’ una serena constatazione. Non certo una velleità. Il dolore e la morte, la debolezza e la rabbia che sgorgano dalle immagini reiterate ogni giorno sugli schermi tv sono la rappresentazione della cronaca della periferia-mondo: delle guerre, delle crisi, delle fughe.

La rappresentazione, però, nasconde ai nostri occhi la realtà profonda. Cela quel rumore sempre più sordo che sale dalle viscere di società che vivono, pensano, immaginano nel cono d’ombra. Fermarsi ad ascoltare questo rumore che si fa sempre più distinto è, dunque, un imperativo etico e storico. Ci si accorge, subito, di aver perso molto tempo a ragionare di cose vecchie, invece di ascoltare cose nuove, coraggiose, sorprendenti.

La periferia-mondo non è (solo) violenza. È piegata da una violenza – in primis dei regimi, di tutti i regimi – per paura di un dato inconfutabile degli ultimi anni, soprattutto nella periferia-mondo a noi più vicina, sulle coste orientali e meridionali del Mediterraneo. Non è solo la crisi ad aver segnato la vita recente di intere società. È l’arte e la creatività ad aver sostenuto la rivolta delle coscienze delle generazioni più giovani, ormai da oltre un decennio.

Cosa fare? Possiamo fermarci ad ascoltare parole e suoni, a farci travolgere da immagini e visioni. E possiamo farlo in un luogo che non è né neutro né distante, cioè in un altro pezzo della periferia-mondo che si chiama Palermo. Non c’è altro luogo del Mediterraneo – come Palermo – che può essere allo stesso tempo centro e periferia. Ed è per questo che il cuore della città ospita, per la seconda edizione del Festival Letterature Migranti, performance artistiche che usano linguaggi diversi per raccontare la transizione che ci sta portando verso un altro capitolo della storia del mondo.

Tutto ciò che vedrete – documentari, teatro, arti visive, performance di poesia, videoproiezioni, musica, eventi – è solo un granello di ciò che la periferia-mondo sta portando sulle nostre coste. E nulla, di ciò che vedrete, fa storia a sé: ha sempre un filo che congiunge i linguaggi, le arti, i generi. Le poesie saranno declamate in piazza. I libri saranno letti in teatro. I dialoghi daranno ai luoghi della città altri colori. Gli artisti incroceranno gli sguardi tra di loro.

Fermarci ad ascoltare il rumore è l’unico impegno che oggi dobbiamo assolvere, se vogliamo capire. E dopo aver compreso, vivere.

Paola Caridi