Riscrivere di Lampaduza

PAGINE DAL FESTIVAL
20
Giu

Riscrivere di Lampaduza

Presto per riscrivere di Lampaduza dopo quel che ho visto. Ma il sorriso di speranza dei migranti all’hot spot non lo dimenticherò. E non dimenticherò l’accenno di Formidable, l’osanna a Maitre Gims e Youssou n’Dour. Ricorderò il ragazzo di 22 anni che in Guinea ha studiato da sarto ed è fuggito da odi e pregiudizi, le ragazze eritree sulle quali intuivi passate violenze, i ragazzini che la sera vanno a guardare le partite (dopo una promenade, dicono, al buio). Ricorderò i militari e i poliziotti che ci hanno accolto con gentilezza e il solo che quasi urlava al centro del piazzale. Quelle parole a voce alta hanno fermato il pallone che andava da una parte all’altra, e ho pensato che avevano riportato a galla vecchie urla.

E poi, perché armati, lì dentro? I medici che curavano un ragazzino ferito a un piede e scortato da due amici (e quella scena meritava due lacrime, per la loro storia e per il mio tempo passato). Gli psicologi, la sala dei colloqui, i libri parlanti e i disegni degli adulti. La richiesta garbata, implicita, di una telefonata (perché non dotarsi di un Wi-Fi e di qualche smartphone da concedersi gratuitamente ai migranti?).

E poi, quello che non mi aspettavo (sbagliando, perdendo di vista l’essenziale). I libri. Non ce ne sono. E sarebbe bello se fossero dati come genere di primo conforto, ci siamo detti. Con l’acqua, il pane e i vestiti. Ecco, questo libro è tuo, con le tue parole e le mie, e sarà mio benvenuto e tuo amico. E vorremmo far qualcosa. Scrivere, certo. Raccontare. Dopo aver visto, ascoltato e discusso. Ma anche far qualcosa di concreto, per migliorar subito le cose. Vedere il centro d’accoglienza dall’interno ha cambiato un po’ il nostro modo di vedere (anche se le camerate le abbiamo intraviste di sfuggita, con la gommapiuma e le lenzuola di carta). E mi è parso che quello fosse il primo e l’ultimo luogo di spensieratezza. Poi, c’è l’Europa. [Davide Camarrone]

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