Il festival

di Davide Camarrone, Direttore del Festival delle Letterature Migranti

Immaginate, al modo di Francis Scott Fitzgerald, un tempo che si inverte e un uomo che ringiovanisce; o al modo di H. G. Wells, una macchina del tempo, che ci conduca al tempo della creazione o a quello della fine; o di Philip K. Dick, un tempo futuro che privi l’umanità di ogni sua reminiscenza di libertà.
La Letteratura può fornire ogni genere di domande a chi non necessita di risposte. Chiavi interpretative o semplici metafore del tempo presente. Il futuro che ci preoccupa è in quel che poco che ai giorni nostri riusciamo ad intravedere di ciò che ci attende.
Immaginate pure di poter leggere in un libro ciò che un corso intero potrebbe darvi nel giro di alcuni mesi o quel che un viaggio faticoso potrebbe farvi pagare caro: un lungo viaggio nel deserto, l’attraversamento del Mediterraneo su un gommone sgonfio, una guerra civile, una persecuzione. Sulla Libia, potreste seguire un corso: di storia coloniale o di strategia militare, di lingua araba, di ingegneria e finanza.
La letteratura può colmare le nostre gravi lacune. Darci in due ore quel che il sapere di strada ci darebbe in un mese. Sapremmo come si sopravvive tra le pallottole, si piange senza lacrime in un moderno lager, si abbassa lo sguardo dinanzi ad un pestaggio.
Le Letterature, lo sappiamo, migrano o non sono: vanno da scrive a chi legge, da un tempo ad un altro, da un luogo ad un altro. Persino da un libro all’altro o da un libro allo schermo di uno smartphone o di un cinema. E viceversa, naturalmente.
Porre l’accento su quel participio – migranti – può esser utile a sottolineare il carattere di relazione che hanno tra loro le Letterature; evidenzia come le migrazioni siano oramai più un criterio interpretativo che non semplicemente un evento singolo o isolabile, un fenomeno transitorio, un processo di lungo periodo ma che un giorno avrà fine, ammesso che tutto ciò siano mai stati: eventi, fenomeni, processi isolabili dalla nostra storia.
Ci occupiamo troppo dello spazio e poco del tempo, nella nostra storia: della possibilità che il tempo si comprima e acceleri una condizione di deplacement, spaesamento.
Parliamo di migrazioni fisiche come di migrazioni intellettuali. Del tempo accelerato nel quale mutano geografie e linguaggi. Diciamo anche di migrazioni e contaminazioni tra narrative, della necessità di un racconto del Contemporaneo, di astratti furori, di isole macerate e perse, di lidi lontanissimi, ai quali non si approda.
Le letterature migranti sono uno strumento utile alla comprensione di questo nostro tempo: l’epoca della massima semplificazione, fatta di informazioni binarie, della massima sollecitazione elettrica e della minore assimilazione.
Sfioriamo le vite degli altri. Di chi vive condizioni inumane. Di chi fugge dall’Inferno. Di chi muore durante le traversate. Torniamo a dividere l’umanità in uomini e sotto uomini. Contiamo sul sistema della disattenzione. Sui giornali che non leggiamo, sui giornali che non ne scrivono. Sui media che si collocano ai confini e delimitano le nostre società. Su un mondo che si regge sui fili d’acciaio della Comunicazione, su un sistema che oramai ha sostituito le armi, dopo averle affiancate.
Lo spazio di questo conflitto che l’Occidente rifiuta di chiamare guerra è determinato dall’azione della tecnologia sul tempo. Un minuto dura pochi secondi, e cinque anni durano un secolo. Viviamo una doppia accelerazione.
Perdiamo il nostro sapere e nessuno si occupa più di tramandarlo. Abbiamo smarrito la nozione della sapienza come capitale. Lo depositiamo nelle grandi banche della rete e ne riceviamo piccoli interessi: saperi funzionali e di brevissima durata. La nostra memoria è dislocata altrove e confidiamo di riappropriarcene quando occorre.
L’uomo rinascimentale è al tramonto. Viviamo già la distopia novecentesca del controllo globale. Il controllo del passato consente il controllo del futuro, come predetto da Orwell.
Soli antidoti a questa deriva sono la capacità di osservazione, la memoria, la lingua.
Abbiamo provato in questi anni a raccontare il cambiamento del nostro tempo attraverso le Letterature e attraverso il cambiamento che ha riguardato tutte le diverse forme di narrazione.
Il contenuto ha cambiato la forma.
Il Contemporaneo, il Novecento, il post moderno, il narrativo che fluisce in rete e sui giornali e che torna sui libri, il teatro civile, la composizione musicale, lo scambio funzionale tra cinema e tv e tra genere documentario e fiction.
Centrale nella nostra riflessione è la questione della città. Di Palermo/Panormos.
Una città che si chiama tutto porto è una città aperta, attraversabile, la cui identità è plurale, multiversa, e qui, dire di relazioni è farsi parte del caos, prender posizione.
Quel che è accaduto negli ultimi vent’anni ha sollecitato Palermo nelle sue corde più antiche.
La città grigia e impaurita che era stata dopo il 1492 – dopo l’ultima cacciata: i valdesi, gli arabi, gli ebrei – è tornata a colorarsi e a parlare lingue differenti.
La scelta di Palermo verso il Festival delle Letterature migranti si deve ad un presente tumultuoso che ci ha ricondotti alla nostra storia, offrendoci un punto di vista su quel che ci sta accadendo tutt’intorno.
Nel nostro Paese, numerosi appuntamenti connotano ruoli diversi delle città, in relazione al libro.
Il post industrialismo di Torino e la sua recente vocazione fieristica, intorno al Lingotto, la grande realtà della piccola editoria a Roma, o solo per fare qualche altro esempio il ragionamento sul giornalismo che si fa a Ferrara, dove più dolorosa che in altri luoghi fu la ferita del fascismo, della Shoah.
Questo nostro Festival – condiviso tra quasi cento soggetti differenti – prova ad esser Palermo, poiché Palermo è un luogo eminentemente letterario: prova ad usare Palermo come griglia interpretativa. Palermo è un luogo e un punto di vista, oggetto di osservazione e soggetto capace di analisi attraverso la propria stessa storia; ciò che ne delinea una precisa vocazione al dialogo.
Il Festival delle Letterature migranti mette in rete mondi differenti: autori e artisti, editori e produttori di eventi culturali, accademia e volontariato, associazioni e istituzioni. Fin quasi a cento, l’anno passato. In primo luogo, il Comune e l’Università.
Nato nel 2015 a Palermo, il Festival s’interessa agli effetti che gli spostamenti fisici e immateriali, mediatici o epistemologici, hanno sulle lingue, le letterature e le culture dell’area mediterranea e oltre; prova ad aprire una finestra su quel che accade nel mondo intero, con ospiti nazionali e internazionali: autori letterari tradizionali e non (attingendo pure a letterature orali, no fiction, graphic novel, narrative journalism, teatro, cinema, musica e arte contemporanea), critici e testimoni, editori, registi e giornalisti. Tra gli ospiti delle precedenti edizioni, ricordiamo autori provenienti da ogni continente, e non solo dal Mediterraneo: autori famosi e meno, premi Nobel e giovanissimi scrittori.
La proposta culturale parte dalla letteratura e si contamina con altri palinsesti – musica, teatro, cinema e arti contemporanee -, per ragionare sulla loro dimensione letteraria più tradizionale. Fondamentali, gli incontri di carattere sociale che coinvolgono realtà culturali e sociali del territorio. Accanto al programma ufficiale, si è lavorato ad un programma specifico per le scuole e l’università che coinvolgesse gli studenti e vedesse protagonisti alcuni degli autori ospiti del Festival.
Il Festival si articola in tre diverse fasce di appuntamenti. Gli incontri pubblici legati alla letteratura e agli altri linguaggi espressivi. Gli incontri con gli studenti di scuole e università. Le attività culturali e sociali, gli spettacoli e i concerti realizzati in collaborazione con le associazioni e gli enti teatrali e musicali cittadini.
La parte centrale del programma ruota intorno ad una quarantina incontri letterari tra altrettanti autori da tutto il mondo e altrettanti discussant: una comunità, questi ultimi, di autori, critici, docenti, esperti e giornalisti palermitani o a Palermo residenti.
I 28 testi dei quali si compone il programma costituiranno una sorta di guida al Contemporaneo, di canone, di cifrario per l’interpretazione di questo tempo convulso: percorso da migrazioni di popoli e di culture, attraversato da crisi e conflitti, riscritto da una profonda mutazione culturale e linguistica.
Del programma, si ragiona tra il comitato di direzione e il comitato scientifico, e in entrambi i comitati l’Università è molto presente.
Tra i temi di quest’anno: l’ultimanza (la condizione degli ultimi, o il loro punto di vista, ma anche l’esser noi l’ultima generazione a godere di prosperità e risorse materiali e immateriali inesauribili); 1492/1942, dalla cacciata degli ebrei dal Regno di Spagna, ultimo atto di numerose cancellazioni violente (dell’eresia valdese, dei musulmani), e la conferenza di Wannsee, che mise a punto le tecnicalità dello sterminio. Da Prima dell’Inquisizione alla pianificazione della Shoah.
E infine, nel centenario della nascita di Primo Levi, il tema dei temi: Questi sono uomini. Coloro che vediamo scarnificati dalle ustioni, mutilati dalle torture, affogati nel nostro mare.

Credo che possa venir fuori, da questo approccio, un diverso atteggiamento rispetto alla lettura del nostro tempo: se ne può scrivere narrando, infrangendo un tabù di irrapresentabilità recente quanto pervasivo, e si può provare a non sentirsi sul baratro della fine della storia, a riallacciarsi alla storia.
Credo che possa venir fuori una diversa considerazione delle Letterature, per osservarne il cambiamento e apprezzare quanto questa parte del mondo, il continente Mediterraneo, sia capace di osservare sé stesso, riflettere e con nuovi linguaggi sulla propria dimensione culturale, oltre i conflitti e gli estremismi.
C’è anche una dimensione politica, nel senso più nobile del termine, in tutto questo: un’attenzione alla Polis, alla città e al cittadino liberi.
Forse non è un caso che quest’anno teniamo il nostro Festival in un Museo Contemporaneo dedicato alla Memoria – l’archeologico Salinas, già partner di FLM – che ruota intorno ad un’agorà, uno spazio politico e teatrale.
Nel tempo in cui si tenta di far dell’accoglienza un crimine e di annichilire la memoria, quando sangue e suolo tornano ad ispirare l’azione politica, in questo Paese nato nel mito dell’esilio di Enea e dunque di una migrazione dopo una guerra sanguinosa, dopo altri miti di altri viaggi e altre guerre fratricide, in questo Paese nato prima nella sua lingua che nei suoi confini, proprio qui a Palermo, riprendiamo il discorso sulla pace dalla Letteratura, dai miti e dalla Lingua.
La conoscenza reciproca passa anche, vorrei dire in primo luogo, per le nostre storie, per la lingua, per i toni e gli accenti differenti coi quali proviamo a raccontarle.
Mai come oggi, forse, nel nostro continente mediterraneo, in questi ultimi anni di guerra, nel lungo conflitto iniziato tra Iran e Iraq e in Libia e proseguito in Africa e nei Balcani e nuovamente in Medio Oriente e nel Nord Africa, e sempre per le risorse naturali e per i nuovi equilibri tra le grandi potenze; mai come oggi, forse, pure se ogni affermazione perentoria è detestabile, le Letterature hanno funzionato da identità comune ad un popolo di popoli, animato da culture differenti. Hanno acceso una luce e tenuto aperto uno spiraglio di dialogo.
Dall’esperienza del Festival e da tante altre esperienze, nascerà una Casa delle Letterature, a Palermo. Nella città che, attraverso le sue storie, è già casa di differenze, di Popoli e Culture diverse. Una Casa che si aprirà a Letterature diverse, a diversi linguaggi espressivi e alle diverse fruizioni delle Letterature: che costituirà un luogo di attraversamento e che proverà ad esser punto di riferimento per la città e per il Mediterraneo.

Direzione

Davide Camarrone


Direttore

Davide Camarrone (Palermo, 1966) è un giornalista (TGR Rai Sicilia) che coniuga l’impegno sociale con l’attività di scrittore.
Ha pubblicato diversi romanzi, tra i quali “Questo è un uomo”, e alcuni reportage letterari, vincendo il premio Kaos con “Lampaduza” (Sellerio), in cui racconta come l’Isola sia divenuta, per qualche tempo, capitale dell’accoglienza e dei diritti umani nel Mediterraneo.

Ignazio E. Buttitta


Presidente del Comitato Scientifico

Ignazio E. Buttitta (Palermo, 1965), professore di Discipline demoetnoantropologiche all’Università di Palermo insegna Etnologia europea, Antropologia culturale e Storia delle tradizioni popolari. Presidente della Fondazione I. Buttitta, studia i fenomeni di religiosità popolare in ambito euro-mediterraneo.

Dario Oliveri
Curatore del programma Musica e Presidente dell'Associazione "Festival delle Letterature Migranti per la Casa delle Letterature”

Dario Oliveri è nato a Palermo il 28 aprile 1963 e insegna Storia della Musica Moderna e Contemporanea presso l’Università. Ha ricoperto la carica di Direttore artistico dell’Associazione Siciliana Amici della Musica. Fra le sue pubblicazioni L’altro Novecento. Il minimalismo nella musica del nostro tempo (2005) e Hitler regala una città agli ebrei. Musica e cultura nel ghetto di Theresienstadt (2008). Nel 2016 ha ideato il soggetto e il testo dell’opera teatrale Notte per me luminosa, su musiche di Marco Betta.

Giuseppe Cutino


Curatore del programma Teatro

Giuseppe Cutino è un regista teatrale. Con Sabrina Petyx fonda la compagnia M’Arte. Tra i suoi spettacoli: Volevo Dirti; La signora che guarda negli occhi; Sinnavissi; Ti mando un bacio nell’aria; Lingua di cane. Debutta nella lirica con Addio del passato. Dirige la rassegna Quinte(S)senza; è fondatore e direttore artistico dell’Associazione per l’Arte ad Alcamo. A cura di Cristina Valenti, per Editoria & Spettacolo è uscito il volume M’arte – I teatri di Giuseppe Cutino e Sabrina Petyx; per Glifo edizioni esce Lingua di cane – dal processo creativo alla messa in scena. Insegna pratica della scena al Teatro Biondo.

Agata Polizzi
Curatrice del programma Arti Visive

Agata Polizzi (1976) è siciliana, vive e lavora a Palermo. Storico dell’arte e curatore indipendente, PhD in Storia dell’architettura e conservazione dei beni architettonici, è giornalista pubblicista ed è corrispondente per riviste specialistiche d’arte. Ha svolto attività didattica presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo come docente a contratto di Antropologia culturale. Ha curato mostre e pubblicazioni per Istituzioni museali pubbliche e private. Collabora a ricerche sul contemporaneo con artisti, soggetti culturali e fondazioni in ambito nazionale e internazionale.

Andrea Inzerillo
Curatore del programma Audiovisivi

Andrea Inzerillo (Palermo, 1982) è direttore artistico del Sicilia Queer filmfest. Ha tradotto dal francese opere di Rancière, Foucault, Donadieu, Lipovetsky, Madame de Staël, scritto di cinema su quotidiani e periodici nazionali, e insegna storia e filosofia nei licei.

Eva Valvo
Curatrice della sezione Lost (and Found) in Translation

Eva Valvo, nata da madre danese e padre siciliano, ha un dottorato in filologia latina con incursioni nella scandinavistica medievale. Traduttrice editoriale e scout da danese e norvegese, predilige la letteratura per bambini e ragazzi. È membro del direttivo di Strade, Sezione Traduttori Editoriali di SLC-CGIL, e dell’associazione “sorella” Stradelab, dedicata alla promozione della traduzione editoriale, che rappresenta anche all’interno del CEATL, il Consiglio Europeo dei Traduttori Letterari.